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Il management è l’arte di prendere decisioni sulla base di informazioni insufficienti. (Roy Rowan)

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Il management è l’arte di
prendere decisioni
sulla base di informazioni
insufficienti. (Roy Rowan)

Il potere di far accadere le cose

 

Settembre ha sempre qualcosa di particolare. Le ferie sono finite, le agende ricominciano a riempirsi, i progetti tornano sul tavolo e, puntuale come ogni anno, arriva il momento di parlare di obiettivi: budget, vendite, margini, nuovi clienti, nuovi progetti, nuove strategie.

E allora mi è venuta una domanda: quante delle cose che abbiamo deciso di fare a gennaio sono davvero successe?

Non quante ne abbiamo pianificate. Non quante ne abbiamo discusse. Non quante ne abbiamo messe in una presentazione. Quante sono successe.

Perché tra decidere qualcosa e riuscire a farla accadere c’è una distanza enorme. Ed è proprio lì che, secondo me, si gioca una parte importante del valore di un’azienda.

Sapere non basta

Viviamo in un momento straordinario. Abbiamo accesso a una quantità di informazioni che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile. Possiamo analizzare dati in pochi secondi, costruire scenari, generare idee, scrivere piani, prevedere comportamenti e automatizzare processi. E con l’intelligenza artificiale possiamo fare tutto questo ancora più velocemente.

Quindi no. Non credo che il valore dell’essere umano oggi stia semplicemente nel fatto che “le macchine non sono umane”. È una spiegazione troppo facile.

Il vero punto è un altro: sapere cosa fare non è mai stato sufficiente.

La differenza la fa chi riesce a trasformare quello che sa in qualcosa che accade davvero.

La strategia non produce risultati. Le persone sì.

È una frase che può sembrare provocatoria, ma proviamo a pensarci.

Quante aziende hanno una strategia? Quasi tutte. Quante hanno un budget? Quasi tutte. Quante hanno obiettivi commerciali, piani di sviluppo, organigrammi, KPI, procedure e presentazioni che spiegano molto bene dove vorrebbero arrivare? Quasi tutte.

Eppure i risultati sono molto diversi.

Perché? Perché la strategia, da sola, non fa accadere niente. È un’intenzione, una direzione, una possibilità. Il risultato arriva quando qualcuno prende quella strategia e la trasforma in decisioni, comportamenti, priorità e azioni.

È questo il cuore di Execution, il libro di Larry Bossidy e Ram Charan che ho ripreso in mano recentemente. L’idea è semplice, ma tutt’altro che banale: l’execution non è ciò che succede dopo la strategia. È parte della strategia.

E, soprattutto, non è qualcosa che il vertice può tranquillamente delegare. Perché se chi guida un’azienda non si occupa anche di come le cose vengono realmente eseguite, rischia di vivere in un mondo fatto di piani. Mentre l’azienda vive nella realtà.

La realtà, però, è spesso meno comoda del piano

Il budget dice +15%. Il mercato magari cresce del 3%. Il piano commerciale prevede dieci nuovi clienti. Ne arrivano quattro. Quel venditore dovrebbe recuperare. Non recupera. Quel progetto dovrebbe partire a giugno. A settembre è ancora fermo.

A quel punto possiamo fare due cose: cercare una spiegazione oppure guardare la realtà e chiederci: “Bene. E adesso cosa facciamo?”

Questa, per me, è execution.

Non far finta che il piano stia funzionando. Non aspettare che le cose si sistemino da sole. Non innamorarsi delle proprie previsioni. Guardare quello che sta succedendo e avere il coraggio di intervenire.

Bossidy e Charan chiamano questo realismo. Io lo chiamerei semplicemente avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, anche quando non ci piace.

Il problema delle aziende spesso non è la mancanza di obiettivi

È il contrario. Ne hanno troppi.

Crescere, aumentare il fatturato, migliorare i margini, acquisire clienti, fidelizzare quelli esistenti, digitalizzare, innovare, formare le persone, migliorare il servizio, aprire nuovi mercati. Tutto contemporaneamente.

E quando tutto è importante, spesso niente lo è davvero.

Per eseguire bene bisogna scegliere. Poche priorità. Chiare. E avere il coraggio di dire che, almeno per un certo periodo, alcune cose verranno dopo.

Perché la vera domanda non è: “Che cosa dovremmo fare?”

La vera domanda è: “Che cosa dobbiamo fare adesso?”

Sono due domande molto diverse. La prima produce liste. La seconda produce decisioni.

E poi ci sono le persone

Qui, inevitabilmente, torniamo al tema che per noi di Sphera è centrale: le persone.

Perché nessuna strategia si realizza da sola. E nessun CEO, imprenditore o direttore può limitarsi a dire: “Abbiamo deciso questo.”

La domanda successiva dovrebbe essere: “Chi lo farà?”

E poi: “Ha le competenze per farlo? Ha gli strumenti? Ha capito esattamente cosa ci aspettiamo? Ha davvero la responsabilità del risultato? E soprattutto: come facciamo a sapere se sta funzionando?”

Perché dire a qualcuno “devi raggiungere questo obiettivo” non significa avergli dato le condizioni per raggiungerlo.

E responsabilità senza chiarezza non è responsabilizzazione. È semplicemente scaricare un problema.

C’è una parola poco glamour che fa una grande differenza: follow-up

Non è la parte più affascinante del management. Non finisce nei post motivazionali. Non fa molta scena.

Ma funziona.

Decidere. Assegnare. Verificare. Correggere. Ripetere.

È così che le cose accadono.

Perché un obiettivo senza verifica rimane un desiderio. Un piano senza responsabilità rimane un documento. Una decisione senza follow-up rischia di essere soltanto una conversazione che abbiamo avuto qualche settimana fa.

E qui c’è una cosa che trovo particolarmente interessante nell’approccio di Execution: l’esecuzione non è un evento. È un processo continuo.

Non decidiamo a gennaio e controlliamo a dicembre. Guardiamo cosa sta succedendo, capiamo qualcosa, correggiamo, torniamo a verificare e andiamo avanti.

Il vero valore del consulente

Forse è proprio qui che vedo il senso più autentico del nostro lavoro.

Non arrivare in azienda con la risposta già pronta. Non produrre l’ennesimo documento pieno di parole corrette. Non lasciare una strategia sul tavolo e dire: “Adesso tocca a voi.”

Perché è proprio adesso che comincia il lavoro interessante.

Un buon consulente dovrebbe aiutare un’azienda a capire dove vuole andare, cosa le impedisce di arrivarci e cosa deve cambiare perché quel risultato diventi possibile.

E poi dovrebbe restare abbastanza vicino da vedere cosa succede.

Perché se dopo sei mesi il piano è ancora perfetto, ma non è cambiato nulla, forse il problema non è il piano.

È il fatto che nessuno lo ha eseguito.

Non serve sapere tutto

Forse è questo il punto da cui ripartire a settembre.

Non serve avere la strategia perfetta. Non serve avere tutte le risposte. E nemmeno avere un piano di cinquanta pagine.

Serve sapere qual è la cosa più importante da fare adesso. Chi deve farla. Entro quando. Con quale risultato. E come faremo a capire se ci stiamo riuscendo.

Poi si parte.

E si guarda cosa succede.

Perché possiamo avere idee straordinarie. Possiamo avere dati, tecnologie, consulenti, strategie. Persino l’intelligenza artificiale.

Ma alla fine qualcuno deve ancora fare una cosa molto semplice.

Deve far succedere qualcosa.

E forse, in un mondo in cui sapere è diventato sempre più facile, sarà proprio questa la competenza che farà sempre più la differenza.

Non sapere tutto. Non avere sempre la risposta giusta. Ma riuscire a prendere una decisione, coinvolgere le persone giuste, affrontare la realtà e trasformare un’intenzione in un risultato.

Perché alla fine il valore non sta nel sapere dove andare.

Sta nel riuscire ad arrivarci.